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Una mostra per rileggere Ambrogio Lorenzetti, pittore “famoso ma poco conosciuto”

24 Nov 17

Non poteva esserci necessità maggiore di far luce, attraverso un aggiornato lavoro scientifico, su un grande protagonista della pittura italiana del ‘300 come Ambrogio Lorenzetti, un artista il cui nome è pedissequamente legato al celeberrimo ciclo di affreschi del Buon Governo a Siena ma di cui effettivamente mancava finora un lavoro di ricerca che arrivasse a far luce organicamente sulla sua carriera.

La stereotipata fama di Lorenzetti come pittore civico per via degli affreschi in Palazzo Pubblico ne ha a lungo eclissato una natura sfaccettata ed eclettica.

Grazie a una mostra – la prima monografica in assoluto a lui dedicata – viene fatta chiarezza sull’attività del pittore senese e data una nuova chiave di lettura stilistica del pittore senese. L’esposizione, inaugurata lo scorso 20 ottobre e visitabile fino al prossimo 21 gennaio, è ospitata nel complesso museale del Santa Maria della Scala di Siena. Negli ambienti dell’antico ospedale le trentuno opere esposte del Lorenzetti sono giunte attraverso richieste di prestito molto mirate – talora con provenienze da istituzioni di prestigio come il Louvre di Parigi e la National Gallery di Londra – che hanno avuto il preciso scopo di far convergere nuovamente su Siena quei dipinti che furono commissionati in larga parte proprio per questo territorio.[1]

L’esposizione è curata da Alessandro Bagnoli e Roberto Bartalini, docenti dell’Università di Siena, e da Max Seidel, direttore emerito del Kunsthistorisches Institut di Firenze.

Il catalogo redatto dai curatori funge anche da prima monografia moderna sull’artista in quanto non si limita a parlare delle opere in mostra ma si preoccupa di inquadrare tutta la parabola artistica di Ambrogio, nel contesto storico in cui egli si trovò ad operare.

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Supportati da preventive ricerche d’archivio e da campagne di restauro su alcune opere, la mostra e il catalogo affrontano e risolvono in larga parte le problematiche che finora rendevano incerta la datazione di alcuni dipinti. Il percorso espositivo inizia focalizzando l’attenzione sull’apprendistato dell’artista, motivo per cui nella prima sala della mostra non si trovano dipinti di Ambrogio ma degli artisti che ne influenzarono la formazione, in un periodo cruciale come quello del secondo decennio del ‘300, ricco di stimoli ed esperienze, quando accanto a Simone Martini che nel 1315 firma la Maestà in Palazzo Pubblico – sua prima opera nota – domina la scena senese delle commissioni Duccio di Buoninsegna il quale riceve incarichi sia da istituzioni civili e sia ecclesiastiche.

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Mentre del Patriarca della pittura senese è esposto il retro della Maestà dipinta per il Duomo di Massa Marittima (Cat.1b) –  sua ultima opera documentata – di Simone Martini si trova in mostra la tavoletta con Cristo benedicente dei Musei Vaticani (Cat.2), un’opera opportunamente inserita nella mostra poiché nella visione frontale del Cristo evidenzia quanto Ambrogio abbia tratto ispirazione dalla pittura martiniana per alcune delle sue composizioni, come è già riscontrabile nella Madonna di Vico l’Abate dipinta da Lorenzetti (Cat.6) risalente pressoché allo stesso periodo della tavola vaticana.

In quest’opera, la prima documentata del giovane Ambrogio (1319), è dove in effetti emergono alcune cogenti corrispondenze con la pittura di Simone Martini sia per lo stile (la monumentalità della Vergine è in effetti più vicina alla principesca figura del San Ludovico di Tolosa di Capodimonte che non alla marmorea freddezza di Arnolfo di Cambio) sia, soprattutto, per quel modo di pensare alle tavole dipinte come ad oggetti di oreficeria:già da quest’opera si evince la volontà di Ambrogio di impreziosire il dipinto con fili d’oro e raffigurazioni di gioielli – nonché di raffinate variazioni cromatiche, oggi non più visibili sulla tavola – avvalendosi anche, a partire dalle opere successive, della tecnica della punzonatura che era propria degli orafi e che fu segno distintivo di Simone Martini.

Concludono la prima sala due dipinti importanti di Pietro, il fratello maggiore di Ambrogio cui va ascritta, diversamente da quanto sempre sostenuto in precedenza, la formazione del giovane Lorenzetti.

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In effetti, i due fratelli si trovarono a lavorare fianco a fianco in diverse occasioni, come nei perduti affreschi per la facciata del Santa Maria della Scala – assieme a Simone Martini – ed anche nella Chiesa di San Niccolò al Carmine, dove mentre Pietro firma il polittico per l’altare maggiore, Ambrogio realizza la bellissima, seppur rovinata, croce dipinta per l’antico tramezzo (cat.10).

Nelle storie di San Nicola (Catt. 13a-b e 13c-d), così come nella piccola tavola di Francoforte (Cat.14), è dove emerge la cifra più originale e misconosciuta di Ambrogio che è quella di un pittore intento a sperimentare un’indagine “naturalistica” dagli esiti in alcuni casi davvero spettacolari oltre che sorprendenti, specialmente se si considera che le tavolette con le storie, facenti parte di un polittico dipinto per la chiesa fiorentina di San Procolo, risalgono al terzo decennio del ‘300, una data per certi versi precoce in quanto a conquiste nell’”indagine del naturale”.

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Lorenzetti va perfino oltre questo, dal momento che si cimenta a riprodurre fenomeni atmosferici. Questa sua capacità gli valse l’elogio di un esegeta e grandissimo artista del ‘400 come Lorenzo Ghiberti; trovandosi a Siena in diverse occasioni, il fiorentino celebrò la pittura di Ambrogio, richiamando nei suoi Commentari quell’esaltazione che nell’Antichità Plinio il Vecchio aveva fatto per la pittura di Apelle.[2] Superando “tutti quelli che vissero prima e dopo di lui”[3], l’arte del Lorenzetti è accostata da Ghiberti a quella del famigerato pittore del mondo antico per la rappresentazione di una tempesta che per l’appunto Ambrogio realizzò per un ciclo di affreschi nel chiostro di San Francesco a Siena.

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Andato pressoché distrutto, di quel ciclo agiografico di cui il Ghiberti descrive la“turbatione di tempo scuro con molta grandine saette tuoni tremuoti” [4]  se ne conserva miracolosamente proprio la scena della tempesta (Cat. 19a) con anche un brano di una città (quella indiana di Thana, dove i missionari francescani subirono il martirio) realizzato in modo non molto dissimile dalla rappresentazione di Siena che Ambrogio nel 1338, due anni dopo il ciclo in San Francesco, fece nella Sala della Pace in Palazzo Pubblico.

Attraverso le opere in mostra si può apprezzare come Lorenzetti indaghi la componente naturalistica – evidente, come si è detto, nelle Storie di San Nicola od anche in un dipinto per certi versi ancora misterioso come l’Allegoria della Redenzione (Cat.22) – ma anche come egli proponga soluzioni che rinnovino i moduli tradizionali: lo si può apprezzare in modo particolare nella scena dell’Omaggio alla Vergine dipinta ad affresco per la cappella di Montesiepi (Cat.15) dove, nel ricreare l’ambientazione del Paradiso, Ambrogio realizza un programma «poco canonico» [5] e divide la scena sulle tre lunette della cappella.

Sottoposto a un restauro conservativo realizzato in forma di “cantiere aperto” all’interno del Santa Maria, il ciclo galganiano può essere ora apprezzato da posizione ravvicinata grazie al suggestivo allestimento curato dal rinomato studio museografico Guicciardini & Magni che ha ricreato l’ubicazione originaria degli affreschi nella cappella di Montesiepi.

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Anche l’esposizione del polittico della Chiesa di San Pietro in Castelvecchio (Cat.24a-e e 24f) è stata preceduta da un intervento di restauro. Provenienti dall’omonima chiesa senese, le tavole facenti parte del dipinto, pesantemente deturpate da sciagurati interventi in antico, denotano ancora un’altissima qualità d’esecuzione, come si può vedere nella straordinaria armatura del San Michele, o nella volumetria e nella resa chiaroscurale dei personaggi che sembrano presagire alcuni effetti plastici dei primi pittori rinascimentali.

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Se non ci si può di certo spingere ad annoverare Lorenzetti tra gli artisti rinascimentali, nemmeno si possono trascurare a mio avviso gli esiti straordinari che Ambrogio raggiunge in quest’opera in termini di resa della profondità: si noti ad esempio come il braccio destro della Vergine nella tavola centrale appaia come un tubolare che riflette luce, un effetto enfatizzato ulteriormente dall’uso di una tavolozza di colori ‘puri’ e squillanti, quest’ultima ennesima cifra di distinzione di Ambrogio dai pittori suoi contemporanei.

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Se nelle sue opere si può ritrovare spesso una continua ricerca di innovazione stilistica e iconografica, non è da meno la ripresa intellettualistica di motivi arcaici, come ad esempio il richiamo, mutuato da alcune opere di Duccio, del tema bizantino della Glikophilousa [6] (termine greco che definisce l’iconografia della “Madonna della tenerezza”) citato nella Maestà di Massa Marittima (Cat.17) o le crisografie riprodotte nella Madonna della Loggia dei Nove (Cat.23).

Ambrogio Lorenzetti è dunque un pittore eclettico, e la lettura elle opere che se ne propone attraverso la mostra – a ragione considerata come una di quelle “mostre necessarie” da un eminente studioso come Tomaso Montanari – restituisce alla storia dell’arte la grandezza di una delle personalità più importanti del XIV secolo.


Michele Busillo

Guida turistica per la Provincia di Siena

Visita guidata Mostra di Lorenzetti

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Note bibliografiche
1  A.Bagnoli, R.Bartalini, M.Seidel, “Famosissimo et singolarissimo maestro”, in Ambrogio Lorenzetti, Catalogo della Mostra (Siena, 2017-18), Cinisello Balsamo, Silvana Editoriale, 2017, p.15

2  R.Bartalini, La fama di Ambrogio Lorenzetti in A.Bagnoli, R.Bartalini, M.Seidel, cit., p.21

3 Plinio, Nat. hist., XXXV, 79. cit. in R.Bartalini, La fama di Ambrogio Lorenzetti, cit., p.21

4  Ghiberti 1447-1455, ed. 1912, I, p. 41, cit. in R.Bartalini, La fama di Ambrogio Lorenzetti, cit., p.21

5  R. Bartalini, Ambrogio Lorenzetti a Montesiepi. Sulla committenza e la cronologia degli affreschi della cappella di San Galgano, in «Prospettiva», 157-158, 2015, p.2

6  M.Seidel, S.Calamai, La Maestà di Massa Marittima, in Ambrogio Lorenzetti, cit., p.244

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