Raffaello, il pittore della ‘facilità”

Far sembrare semplice una cosa difficile implica che dietro ci sia un lavoro difficilissimo.

Devo ammettere che per molto tempo Raffaello mi è apparso come un artista banale, interprete di una ‘facilità’ e un’immediatezza che non mostravano nulla di profondo o vissuto intimamente. Tutto dell’arte di Raffaello sembrava che si fermasse in superficie. Poi ho capito che questo mi capitava perché era la mia visione dell’artista ad essere in realtà superficiale, dovuta sicuramente alla poca conoscenza che avevo di questo genio dell’arte.

Ora, grazie alle tante pubblicazioni e al focus che la mostra delle Scuderie del Quirinale gli ha dedicato (sperando ancora di poterla vedere dal vivo prima che sia giugno), mi viene una visione del Sanzio che è completamente nuova: ora mi accorgo che quella sua ‘facilità del dipingere’ è in realtà la felicissima sintesi di molteplici e variegate esperienze artistiche, di tanti uomini – ma anche di tante donne – che l’urbinate incontrò sul suo cammino.

 

La Madonna della Galleria Palatina

Guardate questa Madonna: chi penserebbe mai che dietro a quell’espressione amorevole – ma se vogliamo anche ammiccante – della donna con il suo bambino ci siano spunti che Raffaello ‘rubò’ a invenzioni di Leonardo e da lì giù fino ad Ambrogio Lorenzetti e Duccio, che a loro volta si rifacevano a un tema che aveva addirittura una matrice bizantina e che veniva chiamato glykophilousa – un termine quest’ultimo che trova una traduzione avvicinabile al concetto di “tenerezza”.
Raffaello reinterpreta quel soggetto di tradizione greca in una visione quotidiana, rendendo un’’icona’ tanto antica fruibile alla devozione popolare a lui contemporanea. 

madonna seggiola raffaello

Madonna della seggiola, Raffaello, Galleria Palatina, Firenze

Le immagini nelle case italiane

Quante Madonna della seggiola hanno decorato le testate da letto delle case italiane (quelle dei nostri nonni)? Ecco, italiane. Ripensando all’attività itinerante di Raffaello in uno spirito avulso da ogni facile sentimento nazionalista – che, come ben sappiamo, di questi tempi davvero si spreca –, si potrebbe affermare in tutta obiettività che, dopo Giotto, è Raffaello il pittore ‘italiano’ per eccellenza.

Per quanto ha viaggiato, da Urbino – dove muove i suoi primi passi nella bottega del padre –, a Perugia, Siena, Firenze e infine Roma, Raffaello è un peregrino: egli tocca e lascia il segno in molte delle città italiane dell’epoca, conquistandosi una fama addirittura internazionale che dal Cinquecento non è mai venuta meno. Terminerà, come un dio delle arti, nella città eterna, la casa degli dei.

Esattamente 500 anni fa, il 6 aprile del 1520, Raffaello moriva a Roma. Morì giovane. Forse anche troppo giovane, considerando la sua inesauribile energia creativa che era la “promessa della felicità” (con queste parole Stendhal definirà il concetto di “bellezza”).

Con la sua morte prematura, Raffaello, autore della Madonna della Seggiola,  il ‘pittore della felicità promessa’ e del “paradiso promesso” (cit. Achille Bonito Oliva) fece cadere nello sconforto tutto il mondo dell’arte. Purtroppo, si sa, «only the good die young» cantavano i Queen.
Nel caso di Raffaello si potrebbe dire che il 6 Aprile 1520, a Roma “a god died young”.

#raffaello